Queste calde e assolate giornate di fine ottobre ci fanno naturalmente piacere, perché si sta meglio al sole che sotto la pioggia o al freddo, perché risparmiamo energia (corrente elettrica o gas, costosissimi di questi tempi), perché rinforzare l’abbronzatura anche solo stendendosi sull’erba del parco ci fa sentire ancora in vacanza.
Sappiamo bene che tutto ciò non è normale, ma forse non ce ne preoccupiamo più di tanto. Sbagliando, dovremmo essere invece molto preoccupati.
Le temperature medie minime e massime di questo ottobre 2022 sono di circa 3.5° C superiori alle corrispondenti medie degli ultimi 30 anni (1991-2021) e circa 5°C superiori alle media dei 30 anni precedenti (1961-1990). Naturalmente questa non è una prova diretta che il nostro pianeta si sta lentamente riscaldando, però è uno dei sintomi che qualcosa sta avvenendo, che l’equilibrio precedente si sta (velocemente) spostando. Riscaldamenti e raffreddamenti del pianeta ci sono sempre stati, ma avevano tempistiche infinitamente più lunghe, non si vedevano gli effetti confrontando 30 anni con i 30 anni precedenti, servivano 3.000, forse 10.000 anni per notare variazioni di questa entità.
Se poi prendiamo in considerazione le precipitazioni di questo mese eccezionale, ci sono state (a Cernusco) 4 giornate in cui è piovuto, con un totale di circa 15 mm di pioggia. Le medie pluviometriche di ottobre, sia negli ultimi 30 anni, sia nei 30 anni precedenti, danno un valore costante di circa 100 mm: capite che l’emergenza idrica, tanto evidente nei mesi estivi appena passati, non si è per niente conclusa, anzi, si sta aggravando sempre più e ci preannuncia qualche criticità anche per l’anno prossimo.
Non è finita. Grazie all’anticiclone africano, che mantiene il cielo sereno e alza le temperature, si sono create in valpadana le condizioni giuste per l’accumulo degli inquinanti. Durante il mese di ottobre, si è superato ben 9 volte (di cui 8 consecutive) il limite di legge (D.Lgs 155/2010) di 50 µg/m3 per le PM10 (la norma ammette il superamento della soglia per 35 giorni all’anno), mentre le PM2.5 hanno superato la soglia dei 25 µg/m3 per almeno 10 giorni, con una media durante il mese di 24.9, pericolosamente vicina al valore massimo richiesto dalla norma (25µg/m3).
Inoltre, si tenga conto che l’OMS, Organizzazione Mondiale della Sanità, ha emesso nel 2021 le nuove soglie per tutti gli inquinanti. Per le PM10 e PM2.5 i nuovi valori sono particolarmente stringenti: 45 µg/m3 giornalieri e 15 come media annuale per PM10; 15 µg/m3 giornalieri e 5 come media annuale per le PM2.5. Le leggi nazionali dei singoli Paesi dovranno recepire le nuove soglie nella propria legislazione, anche gradualmente, e vedete bene quanto sarà difficile per noi avvicinarsi a quei valori.
Cosa possiamo fare? Da soli, forse ben poco. Ma certamente dobbiamo almeno assumerci la responsabilità di capire quali dei nostri comportamenti sono più dannosi e, tutti assieme, cambiarli. E soprattutto dobbiamo pretendere che ci governa, a tutti i livelli, capisca la gravità della situazione e prenda i provvedimenti opportuni. Subito.
Sono i sentimenti che si porta con sé la variante parziale del PGT approvata dal consiglio comunale dopo un iter durato tre anni.
Chi ci segue sa bene che non ne abbiamo mai condiviso i caposaldi: nata (ufficialmente) per consentire la realizzazione del campo da baseball sui campi agricoli pluricentenari del Gaggiolo che però costituiscono il corridoio ecologico che funge da connessione fra i parchi naturali limitrofi, ha inserito interventi sugli ambiti della pianificazione rimasti inattuati nel PGT vigente, in particolare quello di via Cevedale-Pasubio, l’area verde più vasta ( 82.000 mq) su cui gravava una previsione di immobiliare di quasi 15.000 mq, ereditata dai precedenti strumenti urbanistici e rimasta sinora inattuata.
Sul corridoio ecologico abbiamo segnalato l’importanza di conservare la connessione fra aree naturali in modo da consentire il passaggio delle specie migratrici e gli spostamenti di molte altre specie animali, le conseguenze che avrebbe avuto la costruzione del campo da baseball soprattutto sulle rondini che nidificano nella contigua cascina Gaggiolo e che in quei prati trovano gli insetti di cui si alimentano ed il fango con cui costruiscono i loro nidi. Per non parlare delle conseguenze del disturbo antropico legate alla frequentazione della struttura sportiva su quella che prima era un’area naturale.
Di fronte a questi problemi appaiono davvero imbarazzanti le contromisure proposte fatte proprie negli argomenti di voto dai consiglieri: dall’utilizzo dell’erba naturale al posto del prato sintetico, solo un palliativo perché la biodiversità iniziale è comunque distrutta, al frutteto da piantare in tre anni sul margine del Naviglio che non aiuta le rondini che si nutrono di insetti e che comunque andrebbe a costituire un ecosistema diverso dal precedente ed in tempi molto lunghi. Intanto le rondini le avremo perdute per sempre.
Come ha scritto Paolo Pileri:
Un campo agricolo a fianco di un naviglio cinquecentesco è paesaggio. Paesaggio, tutelato dall’articolo 9 della Costituzione, che è bene comune. Un campo agricolo che ha mille anni è biodiversità, un campo da baseball ha zero biodiversità. Non dobbiamo farci trarre in inganno dalla parola campo. Un campo non vale l’altro.
Si è consumata davvero la tragedia culturale di cui parla Pileri, perché abbiamo assistito a decisori che spacciano per salvifica la funzione pubblica del campo da baseball rispetto alla perdita eterna di un bene ambientale, senza neppure più l’alibi dell’ignoranza perché abbiamo cercato di spiegare in tutti i modi le conseguenze negative di questa decisione sulle risorse ambientali, di una pianificazione degli impianti sportivi pubblici slegata da quella complessiva. Non è servito di fronte al pregiudizio ideologico che considera preminente l’attività sportiva rispetto a tutto il resto.
Ai decisori che si trincerano dietro il parere favorevole dell’ARPA, che solo dice che nei documenti della variante sono state considerate le condizioni ambientali presenti nel Rapporto Ambientale, ricordiamo che è il minimo che si richiede dal punto di vista formale. Ma il problema sta proprio nel rapporto ambientale basato su dati non aggiornati e che comunque ha evidenziato delle criticità, ma viene usato come copertura decisionale con l’ipocrisia di ammettere nello stesso tempo che in sede di variante generale ci vorranno dati aggiornati.
C’è un altro elemento da considerare: il campo del Gaggiolo era dentro il perimetro del PLIS Est delle cave da cui è stato stralciato, perché tale vincolo non era compatibile con il campo da baseball. Si tratta di un precedente pericoloso: d’ora in poi tutti i comuni del parco sanno che possono variare in funzione delle proprie esigenze locali i limiti del parco che dunque non tutelano proprio nulla, come abbiamo sempre fatto rilevare. Anche in questo caso c’è il parere favorevole del comitato di gestione ma, come ben sa chi segue le vicende del parco, il progetto è stato presentato senza esporne gli elementi critici. E poi è ben difficile che qualcuno dei comuni dica di no ad un progetto, poiché sa che un domani potrebbe presentarne uno ed avrà bisogno del parere favorevole degli altri.
Scompariranno anche i campi di via Cevedale-Bassano: un lembo di verde agricolo ai margini del tessuto urbano ed affacciato sul parco delle cave su cui verranno realizzate palazzine per circa 11.000 mq. La possibilità di costruire su questi terreni era la pesante eredità dei dispositivi urbanistici del passato, rimasta però inattuata per decenni. Si sarebbe potuto scegliere, di fronte alle richieste degli immobiliaristi, di conservare i prati perché i diritti edificatori non sono affatto diritti acquisiti. Era scelta che implicava coraggio, perché avrebbe impegnato l’amministrazione in un contezioso giuridico, i cui esiti non possono però essere definiti a priori “soccombenti” dal momento che ci sono ormai diversi precedenti giuridici che hanno considerato prevalenti gli interessi pubblici di tutela dei beni ambientali rispetto a quelli immobiliari. Sarebbe stato probabilmente oneroso ma, di fronte ad un avanzo di bilancio di quasi sei milioni di euro, si può pensare di spenderne una parte per salvare dei beni comuni, magari chiedendo con trasparenza il parere alla cittadinanza. In questi tre anni c’era tutto il tempo.
Invece abbiamo assistito ad una giunta che si fa dettare le delibere ed i tempi dagli immobiliaristi e spaccia la riduzione di superfice immobiliare edificabile del 25% come una conquista ambientale, non considerando che il male minore appartiene sempre alla categoria del male perché i campi non ci saranno più.
Ci hanno detto che ci saranno 120 persone in meno rispetto a quelle previste inizialmente, ma pensate che questo basti? Nei giorni crudi dell’emergenza caldo e siccità legata ai cambiamenti climatici prodotto del riscaldamento globale vedere approvare un provvedimento che cancella aree verdi è davvero distopico.
C’è un altro aspetto si cui occorre soffermarsi: gli immobiliaristi accettano, anzi sono loro stessi a proporre, la riduzione del 25% della superficie edificabile in cambio della cancellazione della quota di edilizia convenzionata. E l’amministrazione accetta, non solo, fa propri gli argomenti usati nell’istanza degli operatori evidenziando nella delibera di adozione del provvedimento come l’edilizia convenzionata dia adito a comportamenti elusivi o speculativi.
Il riferimento è particolarmente grave poiché l’Amministrazione non può Iimitarsi ad una generica indicazione ma, se ne ha effettivo riscontro, deve dar seguito ad azioni conseguenti di denuncia e regolazione. In caso contrario si tratta di illazioni che non possono stare alla base di un dispositivo amministrativo, che per di più dichiara un “interesse pubblico”.
Abbiamo tutti ascoltato nel consiglio comunale le balbettanti giustificazioni a questo riguardo secondo cui si tratta di episodi isolati e ben noti. Eppure sono stati usati come base argomentativa per un’istanza e poi per una delibera. E ancora, perché se questi argomenti sono validi per via Cevedale, non valgono pure per l’altro comparto immobiliare di via Brescia?
Come conseguenza ci saranno in via Cevedale appartamenti prestigiosi vista parco di edilizia residenziale, in via Brescia l’edilizia convenzionata vista zona industriale dismessa.
Infine ma non ultima l’ipocrisia con cui si dichiara che la costruzione di palazzine per 11.000 mq non è consumo suolo. La realtà fattuale è che ieri c’erano i campi, domani non ci saranno più, il suolo consumato non si rigenera.
Poi, siamo nelle terre di Manzoni e ricordiamo tutti l’azzeccagarbugli, e dunque è gioco facile dire che rispetto a quanto già previsto dal PGT non c’è consumo di suolo e che l’intervento è compatibile con le normative regionali di riduzione del consumo di suolo e con il Piano Territoriale Metropolitano. Ma noi ricordiamo bene l’artificio che si portava dietro il PGT del 2010 considerato a consumo di suolo zero, pur avendo al suo interno molti comparti edificabili, via Cevedale compreso, perché tale consumo veniva in qualche modo bilanciato dalle compensazioni e dal fatto che alcune trasformazioni previste, pur sottraendo aree libere, ricadevano entro il tessuto urbano consolidato.
Eppure la raccomandazione di monitorare tutti gli interventi immobiliari c’era, ma non ne abbiamo trovato traccia, come non è stato possibile sapere se il comune utilizzi l’applicativo regionale SIMON per il monitoraggio attuativo dei PGT, né conoscere il bilancio di consumo del suolo di Cernusco perché il PGT è stato approvato prima della legge regionale 31 che lo prescrive a partire dal 2014.
A quindici giorni dall’ordinanza che vieta l’utilizzo dell’acqua potabile per irrigare i prati il chiarimento promesso dal sindaco non è arrivato e sono rimasti i dubbi: secondo un’interpretazione restrittiva alcuni condomìni hanno bloccato l’irrigazione per timore di multe, altri cittadini si interrogano su cosa sia possibile fare.
Intanto cortili e giardini diventano secchi.
Cernusco e tutto l’hinterland milanese non è in emergenza idrica, problema grave che affligge altre aree della Pianura Padana. L’acqua della nostra rete arriva da pozzi che pescano acque sotterranee, meno dipendenti, rispetto alle acque superficiali, dalle crisi idriche. Chiaramente occorre monitorare con continuità gli effetti dei prelievi, ma sia il gruppo CAP che MM, gestori del servizio idrico integrato della Città metropolitana di Milano, dichiarano “al momento i cittadini della Città metropolitana di Milano non hanno motivi di preoccupazione rispetto all’acqua che sgorga dai loro rubinetti”.
Dunque se il richiamo ad un uso attento dell’acqua è del tutto opportuno, anzi necessario, è invece insensato il divieto di irrigare i prati che finisce per condannare a morte anche le altre piante delle aiuole alimentate dallo stesso sistema di irrigazione.
E comunque perché i prati devono morire di sete? Questo divieto implica che l’uso dell’acqua per irrigare i prati sia uno spreco. Impostazione concettualmente sbagliata e pure in contraddizione con quelle pratiche di sostenibilità perseguite solo pochi mesi fa per cui i prati erano considerati utili alla biodiversità ed elemento paesaggisticamente così rilevante da costituire l’immagine guida della città.
L’acqua usata per irrigare le aree verdi NON è uno spreco, l’eventuale eccesso ritorna in falda e non va perduta.
Dunque perché spegnere gli impianti? Pagheremo care le conseguenze in termini ambientali prodotte dalle aree riarse rispetto ai costi dell’acqua spesi per irrigare i prati.
Queste ordinanze, a Cernusco come a Milano, affrontano una situazione di emergenza, per altro denunciata da mesi, in modo improvvisato, senza approfondimenti di contesto e senza introdurre reali interventi strutturali.
Come già segnalato occorre un rafforzamento delle reti, la loro manutenzione e la realizzazione di un sistema duale dove la preziosa acqua potabile abbia una linea distinta dalla rete delle acque di recupero (reflue e meteoriche) per l’utilizzo quotidiano domestico, agricolo ed industriale. Il Gruppo CAP è una società a capitale pubblico partecipata dagli Enti Locali, dunque anche Cernusco ha la sua quota e deve far sentire la sua voce.
La siccità è solo uno degli aspetti del riscaldamento globale, che va affrontato anche a livello locale con azioni strutturate e coordinate. Torniamo dunque segnalare la necessità di un
Insieme al caldo, esplode anche l’emergenza siccità. La Lombardia dichiara con una ordinanza lo ‘stato di emergenza regionale’ sino al 30 settembre 2022 a causa della criticità idrica nel territorio regionale ed invita i comuni a disporre analoghe misure locali.
Così anche Cernusco si adegua ed il sindaco neoeletto emette un’ordinanza di divieto di prelievo di acqua potabile per:
l’annaffiatura di prati pubblici e privati, con l’esclusione dell’irrigazione destinata a nuovi impianti di alberi, arbusti, aiuole e opere pubbliche;
il lavaggio di cortili e piazzali, fatto salvo le operazioni di lavaggio organizzato di aree stradali e spazi per il mantenimento dell’igiene pubblica;
il lavaggio di veicoli privati, ad esclusione di quello svolto dagli impianti di autolavaggio;
il riempimento di fontane ornamentali, vasche da giardino e piscine su aree private;
tutti gli usi diversi da quello alimentare, domestico ed igienico.
L’ordinanza riprende quasi interamente lo schema regionale, con qualche integrazione che si presta a creare fraintendimenti.
Prendiamo il divieto di prelievo di acqua per annaffiare prati pubblici e privati che attenua il dettato regionale dando però la possibilità di “irrigare nuovi impianti di alberi, arbusti, aiuole e opere pubbliche”.
Scritta così sembra che l’acqua si possa usare solo per le piante appena messe a dimora, tanto che l’amministrazione sul suo portale social precisa che il divieto riguarda “l’annaffiatura dei prati”, mentre le nostre amate piante di orti, giardini e balconi si possono irrigare.
Il richiamo a comportamenti responsabili e sostenibili che sta alla base dell’ordinanza regionale e comunale è assolutamente condivisibile, anzi necessario, ma le azioni proposte sono estemporanee e lontane da quei provvedimenti strutturali che potrebbero avere una reale efficacia.
Lo stesso divieto di innaffiare i prati, almeno nel nostro ambito locale dove non ci sono ancora carenze idriche e si attinge l’acqua dall’acquifero profondo, risponde infatti solo a logiche di comunicazione, perché l’acqua eventualmente utilizzata in eccesso ritorna in falda e non si tiene conto che il disseccamento improvviso dei prati provocato dall’interruzione dell’irrigazione determina conseguenze sugli insetti e relativa catena alimentare.
Nell’ordinanza non ci sono limitazioni rispetto agli orari di utilizzo dell’acqua: l’introduzione di fasce orarie notturne per l’irrigazione avrebbe ad esempio ridotto l’evaporazione che si determina durante le ore diurne caratterizzate in questi giorni da temperature molto elevate.
Durante la pandemia la cura delle piante, la manutenzione di balconi e giardini era stata considerata un’attività essenziale, tanto che vivai e fioriti erano rimasti aperti mentre tutto il resto era bloccato. Oggi tutto questo non conta più e le piante possono morire, di sete. Eppure ci hanno aiutato a vivere un po’ meglio durante il confinamento per il Covid, cerchiamo ora noi di aiutarle a superare questo periodo critico.
C’è però un tema più generale, perché si possono e si devono usare comportamenti più virtuosi che riducano gli sprechi dell’acqua, ma è nello stesso tempo necessario utilizzare una base analitica che consenta una pianificazione della risorsa idrica, dall’altra occorre realizzare interventi strutturali che consentano di limitare l’uso dell’acqua potabile solo per scopi alimentari, per tutti gli altri si devono poter usare acque di recupero.
Per il primo aspetto sappiamo che a Cernusco il consumo pro-capite giornaliero è di 194 litri*, un po’ più elevato della media regionale pari a 189 litri per abitante al giorno (la Lombardia ha il primato nazionale dei consumi). Dunque uno dei primi obiettivi deve essere quello di una riduzione dei consumi giornalieri e questo deve essere un elemento che l’amministrazione deve tener d’occhio nel tempo insieme a CAP Holding, il gestore del servizio idrico.
Un altro elemento è il monitoraggio delle perdite: Cernusco rientra all’interno di un complesso sistema di rete idrica, ma è importante che l’amministrazione chieda conto al gestore della situazione di questo parametro che è anche indice del grado di efficienza del sistema.
Ma l’elemento più importate è la realizzazione di una rete delle acque reflue che ne consenta l’utilizzo per scopi non alimentari. In molti comuni i giardini vengono irrigati grazie al riutilizzo delle acque reflue, attraverso una rete dedicata che ne consente la distribuzione diffusa. E’ giunto il momento di sollecitare il gestore perché muova investimenti questa direzione. D’altra parte il Gruppo CAP è una società a capitale pubblico partecipata dagli Enti Locali, dunque anche Cernusco ha la sua quota e può far sentire la sua voce.
Nello stesso tempo Cernusco ha una rete di rogge e canali, realizzata nel tempo a partire dai monaci cistercensi e poi ulteriormente sviluppata dai Visconti con il Naviglio della Martesana, sino alle diramazioni del canale Villoresi alla fine dell’800. Molte rogge sono abbandonate e malridotte, meriterebbero una seria riqualificazione andando così a ricostituire quella importantissima rete irrigua che aveva consentito lo sviluppo agricolo della pianura.
Rilanciamo inoltre qui la nostra proposta dell’istituzione del Tavolo per il Clima, perché la crisi idrica è solo un aspetto dell’emergenza climatica che ha bisogno di un approccio sistemico per realizzare azioni di mitigazione rispetto al global warming.
Infine cogliamo l’occasione per segnalare la necessità di non abbandonare al loro destino gli alberi già piantumati il cui apparato radicale non è ancora sviluppato da raggiungere la falda. Molti non sono mai stati irrigati, nonostante il capitolato di appalto lo preveda e dunque ora si trovano in condizioni critiche. Segnaliamo qui i poveri liquidambar di via Gatti.
liquidambar in via Gatti
Salviamo dalla sete le aiuole di villa Greppi e con loro le piante dei nostri giardini e balconi, le nostre alberature, innaffiamo di notte e ripristiniamo le rogge.
Usiamo l’acqua in modo attento e sostenibile, ma non condanniamo a morte le piante.
E’ un problema di inadeguatezza dei regolamenti (fermo al 1994), ma pure di mancanza di cultura ambientale sia da parte dei privati che dell’amministrazione. Se infatti diamo un’occhiata anche al formulario che occorre compilare per ottenere l’autorizzazione all’abbattimento scopriamo che i motivi possono essere:
prescrizioni del diritto pubblico
un’utilizzazione ammessa secondo la norma urbanistica non può altrimenti essere realizzata o possa esserlo solo con limitazioni essenziali,
dall’albero provengono pericoli per persone o cose che non possono essere evitati in altro modo e con una spesa ammissibile,
albero ammalato la cui conservazione non sia possibile con una spesa tollerabile,
prevalenti interessi pubblici in altro modo non realizzabili,
bene della collettività
Il punto 1 possiamo immaginare che si riferisca alle rispetto delle distanze dai confini; il punto 2 non lo abbiamo capito; i punti 3 e 4 che si riferiscono allo stato dell’albero sono più chiari, specie se accompagnati da una perizia tecnica, ma i riferimenti alla spesa ammissibile e tollerabile con cui evitare il taglio dell’albero sono del tutto arbitrari; per il punto 5 pensate a tutti gli alberi sacrificati per costruire strade inutili (quanti alberi sono stati tagliati per la TEM?); il punto 6 mette in contrapposizione l’albero con un bene della collettività, anche questo un concetto che fatichiamo a comprendere.
Vorremmo quindi avere chiarimenti da parte dell’amministrazione rispetto ai motivi proposti e, nello stesso tempo, segnalare la necessità di un aggiornamento della modulistica richiesta per l’abbattimento degli alberi.
Intanto per chi volesse saperne di più sugli alberi e la loro importanza riportiamo la nostra clip di presentazione della video conferenza con Pietro Maroè del 31 marzo 2022 ed il podcast della serata.
Scoprirete perché gli alberi sono così importanti e che non possiamo più permetterci tagli dissennati.
Due alberi, grandi, maestosi e apparentemente sani sono stati abbattuti tra ieri e oggi in Via Pavese.
via Pavese – intervento di abbattimento quasi completato
Qual era la loro colpa? Forse facevano troppa ombra? O lasciavano cadere troppi aghi? Escludendo che fossero un’immediata minaccia per l’incolumità di qualcuno (ci sarà modo di appurarlo), qualunque altro sia il motivo alla base dell’abbattimento, ci chiediamo che futuro ci stiamo costruendo se ancora oggi, pur avendo quasi raggiunto un punto di non ritorno dal punto di vista ambientale, riserviamo agli alberi questo trattamento, eliminandoli al primo “fastidio”, incapaci di riconoscerne il valore per la nostra salute e per la nostra stessa vita e lontanissimi dal dare la giusta priorità alla loro tutela.
sequenze dell’abbattimento
Con questo post vogliamo anche attirare l’attenzione sull’assoluta e manifesta inadeguatezza del regolamento del verde del Comune di Cernusco sul Naviglio, risalente a ben 30 anni fa: per abbattere un albero in aree private basta una semplice richiesta all’ufficio comunale preposto.
stralcio regolamento del verde di Cernusco
Ben diverso, palesemente più sensato, è il regolamento del verde della città Milano, che vincola gli abbattimenti alla presenza di valide motivazioni e lo subordina a precisi requisiti di in tutela ambientale (periodo, presenza di fauna che abita l’albero, ecc.).
stralcio regolamento del verde Milano
Qualcuno dei candidati a Sindaco ha qualche osservazione da fare sul tema?
A colloquio con Pietro Maroè, giovane argonauta che con passione studia e cura gli alberi, con un grande sogno, salvare il modo.
C’è ancora speranza per questo mondo. Dicono che sia sempre l’ultima a morire. Il cambiamento parte da ciascuno di noi, dalle scelte di ognuno di noi.
La vita è un’evoluzione continua e inarrestabile, un perpetuo adattamento, da quando veniamo al mondo a quando lo lasciamo. E la strada nel mezzo stabilisce chi sei.
Pietro Maroè ci racconta come ci sia bisogno di una nuova forma di società, che ci permetta di non estinguerci con le nostre stesse mani, dove gli alberi costituiscono un modello da seguire, un esempio di comunità organizzata dove le risorse vengono utilizzate in modo parsimonioso, senza che nulla vada buttato.
Dunque non sono affatto elementi dell’arredo urbano come spesso vengono considerati. Da qui la nostra provocazione del titolo.
Un’occasione da non perdere: giovedì 31 marzo – ore 21
di seguito le credenziali per la videoconferenza sulla piattaforma Zoom.
ID riunione: 884 4973 1608 Passcode: 738712 Un tocco su dispositivo mobile +390694806488,,88449731608#,,,,*738712# Italia +390200667245,,88449731608#,,,,*738712# Italia
… Ma d’altronde, a chi può interessare che l’Italia è prima in Europa per flora autoctona?
E’ la domanda che Pietro Maroè pone nel suo ultimo libro “L’azzurro infinito degli alberi” ed è una domanda senza risposta o, meglio, con una desolante risposta.
Eppure l’Italia, con ben 8.195 tra specie e sottospecie, di cui 1.708 endemiche, ovvero esclusive del territorio italiano, è al primo posto in Europa per la biodiversità della flora autoctona, dunque un elemento che dovrebbe renderci più consapevoli della necessità di attenzione nei confronti dell’ambiente che ci circonda.
Di questo e molto altro parleremo con Pietro Maroègiovedì 31 marzo alle 21 in videoconferenza (a breve invieremo il link).
In questi giorni così bui, è arrivata una piccola bella notizia: il comune di Cernusco ha conferito il Gelso d’Oro, la massima onorificenza cittadina, al nostro caro Sergio, socio e colonna della nostra associazione.
Siamo onorati che Sergio condivida con noi e metta a disposizione il suo grande lavoro di ricerca e documentazione attenta sulla nostra città.
Riportiamo un suo breve profilo, così tutti possono conoscerlo.
Sergio Pozzi è nato a Cernusco sul Naviglio il 3 gennaio 1945 e ha sempre svolto un ruolo attivo nella comunità cittadina. E’ fra gli educatori di riferimento dell’oratorio alla fine degli anni 60, ambito formativo che costituisce elemento identitario di un’intera generazione e che la sua passione documentaristica ci ha restituito in una testimonianza costituita dalle lettere dei protagonisti dell’oratorio insieme a numerose foto e stralci di testate locali di quel periodo raccolti con pazienza ed amore nel libro “Figli di nessuno”, pubblicato nel novembre scorso.
Ha esercitato la sua attività al servizio della Pubblica Amministrazione e della comunità attraverso il suo significativo impegno volto alla ricerca documentale delle vicende urbane ed umane. Queste ultime in particolare le ha raccontate in pubblicazioni dedicate alle attività svolte dai sacerdoti cernuschesi impegnati in missioni in Brasile e Bangladesh. Mentre la denuncia civile è l’altra faccia della sua azione dedicata a documentare l’evoluzione della città, di cui costituisce preziosa memoria storica.
la motivazione del Gelso d’Oro:
Per il suo contributo di testimone attento alle vicende della nostra città ed in particolare della lunga storia degli oratori di Cernusco sul Naviglio, conservate in modo impeccabile attraverso un archivio di materiale iconografico e documentale pluridecennale che costituisce un pilastro della memoria storica della nostra comunità, unito ad un impegno civile costantemente teso alla difesa dei beni comuni.
La cerimonia di premiazione si svolgerà giovedì 17 marzo alle 21 presso la casa delle Arti.
Caro Sergio, Bene Comune Cernusco è felice ed onorato di poter contare sempre sul tuo continuo impegno civico. Grazie!
Il rapporto fra gli alberi e la città è complicato: sono parte dell’identità stessa e della storia di molti quartieri, ma nello stesso tempo è proprio la loro manutenzione e conservazione che costituisce una sfida fra le esigenze delle piante e quelle dei cittadini che spesso dimenticano, fra foglie cadute e radici sporgenti, il ruolo essenziale degli alberi.
Ne parliamo giovedì 31 marzo alle 21,00 con Pietro Maroè, giovane arbonauta che ha deciso di studiare, misurare e soprattutto curare gli alberi.
A breve il link per il collegamento in video conferenza
Per gli alberi il tempo è un concetto relativo. Praticamente non muoiono se non per cause esterne e, anche in quel caso, sono talmente ben organizzati che non muoiono con facilità. Il tempo passa in secondo piano.
L’albero, semplicemente, aspetta.
Aspetta il momento giusto per germinare, per fare le foglie, per fiorire. Poi aspetta il momento giusto per fare i frutti e lasciarli cadere, così come per le foglie, come se anche quella che è la sua principale fonte di sostentamento fosse comunque qualcosa di effimero.
Forse anche noi dovremmo prendere esempio da questi custodi dell’azzurro del cielo.
anticipazione da “L’azzurro infinito degli alberi” di Pietro Maroè
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